giovedì 28 maggio 2009

No al sottoattraversamento TAV

Grandi opere: il dibattito tra sì e no parte spesso da posizioni pregiudiziali tra chi ha un registratore di cassa al posto della spina dorsale e chi, dall'altra parte, condivide posizioni mormoniche sul futuro e sul progresso. Ma parlando di una grande opera è necessario anzitutto rispondere ad alcune domande: qual'è la sua utilità effettiva? Qual'è il suo costo? Ci sono garanzie in termini di tutela ambientale? Ci sono alternative?
In Italia spesso si progettano opere in modo sommario e approssimativo e le si approvano con il ricorso alla fiducia, con deroghe, con scorciatoie legislative, che ricordano che il nostro popolo ha un incofessato amore per il dispotismo e una palese idiosincrasia per il rispetto delle regole democratiche. Al contrario, ove si dovrebbe essere rapidi ed efficienti, nei passaggi amministrativi e nella realizzazione, ci annodiamo in ri-progettazioni, dibattiti ex post, referenda fuori tempo massimo e di nuovo in ripensamenti e modifiche. Un paese serio e moderno dà ampio spazio e tempo al momento cardine della decisione politica e poi dimostra incisività nella fase esecutiva. Da noi è il contrario.

A Firenze, una delle opere più controverse è il sottoattraversamento TAV. Un'opera faraonica quanto stupida. Lasciamo ogni spiegazione al video curato dal Comitato NO TAV. (g.g.)



lunedì 18 maggio 2009

In cinquemila contro la repressione


Sabato 16 maggio, 5000 giovani fiorentini, per gran parte studenti, hanno sfilato per le vie del centro città, per dire no alla repressione della protesta e del dissenso. Secondo quanto riferito dai protagonisti, la polizia lo scorso 11 maggio aveva aggredito a suon di manganelli un piccolo corteo di studenti delle scuole superiori, pacifici e disarmati.

(g.g.)

giovedì 14 maggio 2009

Silvano Sarti, nome di battaglia 'Pillo'

Silvano Sarti, partigiano, nome di battaglia 'Pillo', presidente provinciale di ANPI, un patrimonio della città di Firenze.


Per un Museo di Arte Contemporanea

Ripubblichiamo volentieri un appello, pubblicato nel 2008 ad opera di due associazioni fiorentine, per la realizzazione di un Museo di Arte Contemporanea. Un appello che è rimasto naturalmente inascoltato.


Lettera Aperta

Al Sindaco di Firenze
Leonardo Domenici

All’Assessore alla Cultura di Firenze
Giovanni Gozzini

Alla cittadinanza

Alle Associazioni

Agli Enti di promozione culturale



“Firenze è la città dell’arte” è’ una frase che il nostro primo cittadino, Leonardo Domenici, ama ripetere spesso.
Qualcuno dovrebbe spiegargli che, più correttamente, Firenze è stata città dell’arte. Adesso la capitale del Rinascimento, punto di riferimento nel mondo fino al settecento, ha rinunciato completamente al ruolo di protagonista nella formulazione e nella diffusione dell’arte e della cultura. Roma, Milano, ma anche Napoli, Genova, Rovereto, persino Prato, sono centri vivi e vitali in cui la cultura è in divenire, in cui c’è fermento, creazione.
Da noi, non c’è uno straccio di progettualità per dare sostegno all’editoria, alla musica, al cinema, ma soprattutto all’arte e all’architettura. Firenze non ha il coraggio di osare, affida il proprio rinnovamento urbanistico a progetti mediocri, spesso vecchi di decine di anni, quasi sempre copiati, anche piuttosto goffamente, dal passato. Non c’è capacità, non c’è intelligenza sufficiente per capire la bellezza della commistione tra passato e presente, tra rinascimento e post-moderno; per capire l’importanza della necessaria storicizzazione di un passato che non sia soltanto remoto.
Ma più di ogni altra cosa manca un Museo di Arte Contemporanea che sia capace di raccogliere il meglio che il panorama italiano e internazionale sa offrire, che contribuisca al superamento della nostra marginalizzazione, che sappia anche, attraverso esposizioni temporanee, interpretare e proporre le linee guida del presente e del futuro. E non c'è un archivio storico delle Gallerie, Associazioni e laboratori privati che lavorano per l'arte e la cultura contemporanee.
Eppure i presupposti per avviare un lavoro proficuo ci sono. E le responsabilità di questa e delle precedenti amministrazioni sono molto gravi.
Dopo l’alluvione del 1966 moltissimi artisti italiani e stranieri, donarono a Firenze una straordinaria quantità di opere, per aiutare la rinascita di una città in ginocchio. Parte di queste opere furono catalogate da Francesco Ragghianti in una pubblicazione del 1967: “Gli artisti per Firenze. Museo internazionale d’arte contemporanea” Marchi e Bertolli Editori; 282 pitture e sculture di artisti importantissimi, comprendenti capolavori di, tra gli altri, Attilio Alfieri, Renzo Bussotti, Raffaele Castello, Otto Dix, Lucio Fontana, Salvatore Fiume, Emilio Greco, Mario Nigro, Armando Pizzinato, Aligi Sassu, Domenico Spinosa, Giulio Turcato, Dante Zamboni. (Scriveva Piero Bargellini nel catalogo: "Ora si vuole che anche l'arte contemporanea, d'ogni paese e d'ogni tendenza, abbia a Firenze una larga e valida documentazione. Questa prima rassegna è dunque il seme d'una nuova galleria fiorentina dedicata all'arte contemporanea di tutto il mondo").
E ancora: che fine hanno fatto le opere delle donazioni di Ottone Rosai e di Alberto Della Ragione, di cui non si sa più niente da decine di anni?
Dove sono finite queste opere donate alla nostra città? Noi non vogliamo insinuare nulla, ma ci domandiamo perché non siano mai state usate per gettare le fondamenta di una indispensabile rigenerazione culturale?
Possibile che questa città sappia parlare solo di Leonardo, Michelangelo e al massimo di impressionisti? Possibile che non ci si accorga del tempo che passa, delle idee che si sprigionano, del mondo che, malgrado noi, va avanti?
A meno che non si voglia continuare a mantenere Firenze in questo stato di torpore, che la costringe ad essere una bellissima ma monotona vetrina, priva di stimoli e di trasformazioni, è giunto una volta per tutte il momento di dare fiato al rinnovamento.
L’amministrazione comunale fiorentina ha il dovere di rispondere sul destino di queste opere, che appartengono a tutti noi, e sul destino di una città, che non può, né deve, appartenere soltanto a turisti in cerca di, pur straordinarie, memorie archeologiche.

Associazioni promotrici
D.E.A. – Didattica – Espressione – Ambiente
Unocultura

Orhan Pamuk e il buon gusto di evitare i pastiche

Ieri pomeriggio lo scrittore turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura 2006, è stato insignito della Laurea Honoris Causa in Studi Letterari e Cultura Internazionali dall'Università degli Studi di Firenze.
Nella lectio magistralis, Pamuk ha parlato della sua ammirazione per la città di Firenze, ha esaltato le opere del Rinascimento, facendo riferimento anche alla propria esperienza di giovane pittore. Nella cronache che hanno descritto il suo discorso, nessuno ha tuttavia notato un passaggio assai significativo: "Gli artisti turchi degli anni '50, '60 e '70 - ha detto lo scrittore - non avevano uno stile proprio, ma purtroppo tentavano soltanto di emulare i modelli occidentali". Probabilmente, lo stesso Pamuk, nel decantare le bellezze fiorentine, non si è accorto che le proprie parole potevano essere senz'altro usate per definire lo stato di incoscenza in cui versa la cultura nella nostra città, completamente schiacciata sulla contemplazione asfittica del passato.
Quando Giorgio Vasari progettò il Corridoio, realizzò un'opera modernissima, dalle proporzioni e forme molto diverse da quel Ponte Vecchio su cui andava a incastonarla. Perché la cultura è commistione, è tentativo, è rischio, è persino sporcizia. Altrimenti si rischia soltanto di fare volgari pastiche.

Post Scriptum
Durante la conferenza stampa successiva alla consegna della Laurea, Pamuk ha signorilmente demolito uno dei miti più amati dalla Firenze da bere: "Oriana Fallaci è morta e questo mi dispiace profondamente - ha detto questo scrittore iconoclasta - Nella mia gioventù ho avuto molta ammirazione per lei, ma più tardi, come spesso succede nella vita, Oriana Fallaci è diventata una specie di imitazione di se stessa. E soprattutto, non riusciva più a distinguere tra gli esseri umani e la sua idea dell'Islam".

(g.g.)

martedì 12 maggio 2009

Via della Colonna Infame

Andrea ha quattordici anni. E' sulla soglia della cartoleria e si stringe alla negoziante, come si farebbe con una mamma. Ha paura Andrea, è alla sua prima manifestazione, e ha visto volare i manganelli. E' scappato e si è rifugiato in quella cartoleria di Borgo Pinti. Non capisce, ha gli occhi lucidi.
Ieri il Preside del Liceo Michelangelo ha fatto sgomberare un'aula utilizzata dalla Rete degli Studenti Medi. La ragione sta in un'accusa difficile da provare, ovvero la complicità di alcuni di quegli studenti con l'assalto del 25 aprile a un gazebo del Popolo della Libertà.
Fatto sta che un gruppo di studenti del Miche si piazza in via della Colonna, davanti all'ingresso del Liceo, a protestare. Con i cellulari si fa il passaparola, arrivano quelli del Castelnuovo, gli universitari. In una sessantina partono in corteo, verso Santissima Annunziata, e quindi di nuovo indietro verso il Michelangelo. E' un corteo non autorizzato, è un piccolo corteo spontaneo.
La reazione della polizia riporta a qualche anno fa, a quei tempi neri di Genova in cui si pensava di poter distruggere la protesta giovanile con la violenza. Oggi che i movimenti di otto anni fa sono debolissimi, si ripropongono le stesse strategie. Ma con risultati senza dubbio più efficaci.
Le Forze dell'Ordine accusano gli studenti di aver aggredito un poliziotto, ma a memoria d'uomo non si ricorda un corteo fatto da gente così imbecille da assalire a mani nude un poliziotto, in presenza di uno schieramento della celere. Fossero stati seimila... Erano solo sessanta, di cui la maggior parte minorenni.
Uno studente di sedici anni del Castelnuovo finisce in ospedale con uno zigomo rotto. Sedici anni! I manifestanti accusano la polizia di aver colpito ragazzi quando erano a terra. Diciannove ragazzi vengono fermati e denunciati.
All'angolo tra via degli Alfani e Borgo Pinti, gli studenti gridano, raccontano il proprio sdegno, la gente si affaccia alle finestre, qualcuno ascolta, altri portano un po' di ghiaccio per i lividi, qualcuno ha nel volto lacrime gonfie di rabbia.
Andrea intanto resta al sicuro nella cartoleria. Di tanto in tanto si affaccia sulla soglia per vedere se i poliziotti se ne sono andati. Da oggi probabilmente comincerà a dubitare della sua insegnante di educazione civica.

(g.g.)